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Il 05 Maggio la Sun ha rilasciato le versioni per x86_* del suo OS Solaris. Questa relase è stata accompagnata da due fattori, la licenza di distribuzione ed il supporto per l’emulazione nell’ultima relase di Virtualbox.
Licenza
La Sun ce l’ha messa tutta per rilasciare un OS sotto “libera licenza” (scusate
il termine, mi correggerò presto :P ). Mi spiego meglio: in totale a vincolare l’impiego del software
vi son ben quattro licenze (!!).
Common Development and Distribution License Version 1.0: sostanzialmente è la licenza applicata
all’intero pacchetto Live della distro. Istituita nel 2004 basandola su quella della Mozilla Public License,
viene riconosciuta come licenza open source nel 2005 ed applicata dalla Sun su quasi tutte le sue
applicazioni libere; sostanzialmente, questa licenza permette l’uso del codice sotto sua licenza nello
sviluppo di progetti proprietari con l’unico “vincolo” di dover rilasciare le modifiche apportategli.
OpenSolaris Binary License: questa licenza “estende” la CDDL in alcune parti di codice componenti l’OS.
In sostanza la licenza garantisce l’impossibilità di vendere o affittare porzioni (o programmi interi) e
regola la diffusione degli stessi.
OpenSolaris 2008.05 Live Media Image: questa non la si potrebbe definire una vera e propria licenza, in quanto
non è altro che la “fusione” delle due precedenti adattata specificatamente alla corrente versione dell’OS
(francamente se la potevano risparmiare :( ).
OpenSolaris Package Repository License: il testo di questa licenza è forse il più “insulso”
che io abbia mai letto; la licenza (come si può definire tale po’…) definisce semplicemente che ogni
pacchetto installabile (”usabile”) nell’OS ha una licenza a se (vi giuro che è tutto qua!!!).
Setup
Ho provato personalmente in macchina virtuale l’OS, in questo aspetto, nel sito del progetto
vi è una dettagliata (anche fin troppo) scaletta la quale comincia dall’installazione di
VirtulBox (!!) fino al termine dell’installazione di OpenSolaris.
Il tutto è di una facilità impressionante, chi ha almeno esperienza con OS *ubuntu ci riuscirà
senza alcuna difficoltà. Qui però si entra in un settore dal quale mi discosto;
personalmente non provo una profonda amicizia verso questa tipologia di setup, in quanto essa non dà la
possibilità all’utente di “personalizzare” molti aspetti dell’os (pacchetti, gestione hardware, user, etc…).
Ma questa è un’opinione personale :P .



Ambiente, pacchetti e shell
Come si può evincere dalle screenshoot del setup, l’ambiente designato per l’OpenSolaris 2008.05 è il Gnome 2.20.2 modificata dal team di sviluppo. Di per se, l’ambiente impiegato non si discosta molto da quello “standard”, tuttavia
si può facilmente notare il lavoro svolto per renderlo compatibile ad un sistema UNIX.
Un’altro fattore, a mio avviso molto antipatico, è la prima disabilitazione dell’utente root.
I pacchetti presenti per default nella distro sono tutti (sbaglio, ma sicuramente > 90% di essi) targati o
modificati dalla Sun; come d’altronde lo si può anche notare dalla lista di tutti i pacchetti
disponibili.
Il setup offre l’installazione di tutti quei pacchetti più comunemente usati ed essenziali, quali GIMP, Totem, Firefox e Pidgin, Strumenti di sistema, etc.. .
Manca, e questo mi ha sorpreso non poco, OpenOffice.org, sostituito da un semplice visualizzatore di testi qual’è
Evince; la suite, tuttavia, è comunque presente nella lista dei pacchetti installabili.
Per quanto riguarda la shell, comandi ed elaborazioni non variano molto da una “normale” Bash; fatta
eccezione per la gestione del setup dei pacchetti (per i quali bisogna leggersi la documentazione
fornita dalla Sun), le restanti operazioni sono assolutamente identiche. La sua dotazione è comunque
molto limitata (:( ); mancano applicazioni come w3m, il comodissimo comando free, etc…
basti osservare che la shell di OpenSolaris fornisce per default un “pacchetto” di ~1650 comandi
(per fare un’ infondato paragone, ~1810 di ubuntu e ~2250 di openSUSE).
Relase
Le relase della distro sono scandite semestralmente, dunque viene da aspettarsi che la prossima distro sia rilasciata di novembre. Questo lasso di tempo è stato stabilito in quanto simile al piano di sviluppo di Ubuntu
(viene anche “sfacciatamente” detto nella documentazione). Francamente penso che l’imporsi di cadenze fisse
non sia una strategia brillante (basti unicamente vedere la versione 7.10 di Ubuntu), comunque ottima
in quanto mantiene alto il ritmo di sviluppo.
May 25 2008 | Distro and Recensioni | No Comments »
Che Adobe si stesse impegnando nel campo dell’interoperabilita’ tra i vari OS era palese, ora piu’ che mai. Di recente infatti, la societa’ ha rilasciato una prima versione alpha del suo framework AIR (Rich Internet Application) per ambienti Linux.
Questa applicazione consente di sviluppare applicazioni .air per gli ambienti desktop come fossero applicazioni native dell’ambiente. Se il concetto non vi e’ ancora chiaro, pensate all’interoperabilita’ di Java.
Adobe, da canto suo, mette a disposizione SDK di Flash, Flex ed Ajax; mentre il pacchetto AIR SDK e’ ancora limitato agli ambienti Win e Mac.
Tuttavia il reparto applicazioni per AIR e’ gia’ ben fornito (anche se la maggior parte di esse sono state sviluppate dallo staff stesso), tuttavia si possono trovare gia’ plug-in per Dreamweater e Flash CS3.
Mi auguro che questo sia il primo di molti altri passi all’apertura di Adobe nel mondo *unix.
Test
Ho provato per l’occasione la versione AIR alpha for Linux su OS openSUSE 10.3 e la versione 1.0 per Windows (nello specifico, Windows XP).
L’impressione generale e’ che lo staff abbia ancora molto lavoro da fare per rendere stabile il framework anche per ambienti Linux; tuttavia la versione stabile 1.0 per Windows risulta essere affidabile, il che fa’ ben sperare.
Le applicazioni si integrano egregiamente nell’ambiente (in entrambi i casi), sebbene nella versione alpha vi siano alcuni problemi di setup ~a tal proposito voglio dare il consiglio di eseguire le applicazioni tramite bash cosi’, in caso di crash, e’ piu’ agevole terminare l’applicazione~
Un fattore non da meno importante, e’ la gestione delle risorse, specialmente la memoria. Ogni applicazione installata gestisce il proprio quantitativo di memoria indipendentemente dagli altri, risulta cosi’ piu’ semplice la loro gestione e l’analisi di “consumo”.
La tabella sottostante mostra un’ esempio di allocamento della memoria fisica in due ambienti differenti per tre (scelte casualmente) applicazioni testate:
Il test effettuato mostra il diverso quantitativo di memoria impiegata non solo a seconda delle
applicazioni ma anche dall’OS stesso.
Per concludere, menziono il fatto che AIR gestisce autonomamente, oltre all’installazione, anche la disinstallazione delle applicazioni presenti.
Adobe, inoltre, fornisce alcuni plug-in per Dreamweater e Flex per creare direttamente applicazioni AIR-compatibili;
forse questo e’ l’aspetto meno invitante del progetto…
April 10 2008 | Recensioni and Software | No Comments »
SSD: per molti una sigla qualunque tra le tante inserite tra i produttori di computer, ma che in realtà nasconde l’adattamento di una tecnologia ampiamente sfruttata come unità di archiviazione di massa.
La parola SSD è un acronimo, che indica “Solid State Disk”, ovvero disco (rigido) allo stato solido.
Ora che siamo a conoscenza del significato di questa parola, concentriamoci sulla tecnologia impiegata: il supporto di memorizzazione FLASH; questo tipo di memoria, non è in se una novità nell’ambito informatico (è presente da molti anni nei dispositivi più disparati, come cellulari, schede madri, forni, tv, …), ma dati i recenti progressi nell’ambito dell’aumento della densità di memorizzazione, si sono aperte nuove frontiere per il suo utilizzo.
Come avrete notato, la maggior parte dei supporti di memorizzazione (ad eccezione dei microdrive, dei dischi rigidi portatili, dei supporti magnetici ed ottici) indica la scritta “FLASH”, ovvero indica che i dati verranno memorizzati in una memoria elettronica (di tipo FLASH).
A questo punto ci chiediamo come funziona questo tipo di memoria il quale funzionamento sembra molto complicato, ma in realtà non lo è più di tanto.
Questo supporto, come tutti i dispositivi digitali è essenzialmente composto da transistor, fino ad ora non sembra essere molto diverso da altri dispositivi, ma la differenza da altri componenti digitali sta nel tipo di transistor utilizzati per memorizzare: questi transistor, infatti sfruttano una serie di effetti fisici, tra i quali vi è l’effetto “tunnel”, che “imprigiona” una parte degli elettroni del segnale nella base del transistor, il quale poi si comporta come un interruttore, che fa passare corrente se c’è segnale sulla sua base.
E così il dato è memorizzato.
Ma cosa succede quando viene tolta la corrente? Al momento non sembrano esserci differenze tra questo tipo di memoria ed una ram qualunque…
Quando viene tolta la corrente, entra in campo un’altra peculiarità di questi transistor: dopo un opportuno trattamento in fabbrica, questi sono in grado di assorbire una quantità estremamente bassa di corrente dalla “cella” nella quale sono stati intrappolati gli elettroni facenti parte del segnale da memorizzare, quindi il dato (salvo difetti di fabbricazione, danneggiamenti o altri fattori esterni) può essere considerato memorizzato fino a quando la cella si scaricherà (la qualità produttiva influisce pesantemente sulla durata “off line” del dato, che in genere si misura in decine d’anni).
Quando viene ripristinata l’alimentazione al dispositivo, molto probabilmente le celle verranno ricaricate automaticamente, per assicurare una maggiore durata della memorizzazione.
Nella fase di lettura, invece vengono lette le uscite dei transistor, che in genere vengono raggruppati in celle da 4kB (quantità minima memorizzabile su un supporto di tipo flash).
Nel caso cui bisogni sovrascrivere un dato, la sovrascrittura è “intelligente”, ovvero non va a modificare i bit memorizzati nelle celle che si presentano uguali al segnale da memorizzare (quindi, se avessimo un dato 11001010 e volessimo memorizzare 00011010, verrebbe memorizzata solo la differenza tra i due, ovvero 00-1—-).
La tecnologia impiegata, però non presenta solo pregi, ma vi sono tre difetti principali:
- numero di memorizzazioni limitato
- lentezza nella scrittura
- costo del prodotto
Questi difetti, sono sempre stati i classici punti deboli di questa tecnologia, ma ora, grazie a nuove tecniche di produzione e di memorizzazione, sono stati notevolmente attutiti: si è passato dalle 1000 alle 10000 e più scritture sopportate dai transistor, la velocità di memorizzazione è in costante aumento (si è passati da alcuni kBps a 100 e oltre Mbps) ed il costo è in repentina diminuzione (per esempio, ora quanto costa una chiavetta usb flash da 2GB?).
Dopo aver brevemente spiegato come funziona questo tipo di supporto, ora passiamo al nocciolo della questione: cosa sono i dischi rigidi allo stato solido?
Il disco rigido allo stato solido è un normale disco rigido che, al posto di utilizzare un supporto magnetico, sfrutta la memoria flash come archivio.
Ora tutti si domanderanno: ma servono veramente i dischi rigidi allo stato solido?
La risposta è “dipende”: gli ssd, visto il loro costo per gigabyte, non saranno consigliabili per archiviare grosse mole di dati, però per la loro resistenza e velocità di lettura (che dipende in gran parte dal bus utilizzato), saranno interessanti per le applicazioni portatili, nelle quali, viste le continue sollecitazioni meccaniche, un disco rigido durerebbe poco, oppure anche in ambito di server web, dove la velocità di lettura, il basso consumo e la durata in termini di tempo è più importante del costo in denaro.
Alla fine, i vantaggi del disco ssd sono:
- Basso consumo.
- Illimitati cicli di lettura.
- Alta resistenza agli urti ed alle accelerazioni.
- Alta velocità di accesso ai dati e di lettura non sequenziale.
- Immunità ai campi magnetici.
- Temperatura operativa estesa (diciamo da -40°C a +50°C).
- Bassa produzione di calore.
- Alta durata operativa.
Gli svantaggi principali sono:
- Alto costo.
- Bassa capacità.
- Numero di scritture limitato.
- Bassa velocità di scrittura.
- Maggiore sensibilità alle scariche elettrostatiche.
Quindi, dopo questo articoletto, spetta a voi decidere se e come utilizzare i dischi ssd.
Autore: Pettenuzzo Marco
March 10 2008 | Hardware and Recensioni | No Comments »
All’uscita di openSUSE 10.3, molti utenti l’avevano pre-classificata come una distro che offriva poche innovazioni e molte correzioni nei bug che la release 10.2 aveva evidenziato. Effettivamente di novità non ce ne sono molte (ne parlerò più avanti); presumo che lo staff abbia, saggiamente, preferito rendere la versione più stabile e versatile rispetto alla precedente.
Miglioramenti
La fase di boot è stata migliorata a tal punto da ridurre di un buon 40% il tempo rispetto alla versione 10.2. Con la macchina in dotazione sono operativo in appena 20-30 secondi. Analogamente anche la fase di shutdown ha subito riduzioni del tempo drastiche aggirandosi attorno ai 10-15 secondi (più della metà rispetto la precedente). Altro aspetto non meno importante e’ il risparmio energetico, si nota un’ aumento della durata della batteria che supera la mezz’ora (dato personale) con un’ ambiente identico.
Personalmente impiego KDE dunque questa parte e’ puramente vincolata. Il tanto contestato menu di openSUSE e’ stato migliorato, alla faccia di chi lo criticava definendolo poco intuitivo ed usabile che viene smentito (a volte mi chiedo se mai lo abbiano provato….), la selezione delle aree e’ stata migliorata evitando di generare confusione agli utenti che lo usassero per la prima volta (comunque sia è possibile abilitare il menu standard di KDE).

Il menu personalizzato di openSUSE, esteticamente non ha subito cambiamenti dalla prima versione, ma la sua usabilita’ e’ stata di gran lunga migliorata.
La sezione Sysinfo e’ stata resa ancora più intuiva ed esauriente nelle specifiche tecniche del sistema.
Hardware
La lista dell’hardware supportato è stata ancora ampliata garantendo la compatibilità con le periferiche già supportate dalle versioni precedenti (almeno fino alla 10.0), cosa che, ad esempio con la 10.1, non e’ avvenuta.
Installazione-1
L’installazione non e’ stata significativamente modificata rispetto alla precedente, qualche piccola modifica nella disposizione delle opzioni ma in generale nulla di nuovo.
Installazione-2
L’installazione di componenti aggiuntivi ha avuto invece una notevole novità. Come per tutte le altre distro, anche in openSUSE 10.3 manca il supporto per default nella riproduzione di file mp3 (ma non solo) e la codifica di molti formati video. Fin qui nulla di nuovo, se non che la comunità abbia reso disponibile un “pacchetto” *.ymp che permette di scaricarsi tutti i codec piu’ importanti (win32 codec, flac, mp3, etc…). Questo era un esempio, perché tale sistema è offerto anche per l’installazione e la configurazione di Sax2, dei driver proprietari delle schede video ed altri supporti offerti dalla communità OSC (openSUSE Community, ndr). La funzione di questi file *.ymp consiste nel fornire una lista di pacchetti rpm che l’applicazione Qt (che a sua volta richiama la gestione dei pacchetti in Yast) da scaricare e successivamente da installare. Una grande comodità!
Update
Fino alla release 10.2, openSUSE affidava per default gli update all’applicazione Zen. Questa pero’, essendo molto datata nel suo sviluppo (introdotta per la prima volta nella suse 9.0, ndr) poteva creare instabilità nella gestione dei pacchetti in Yast. Una possibile alternativa era quella di disabilitare Zen ed affidarsi a ZYpp; ed e’ proprio quello che hanno fatto per la 10.3. Mandato in pensione lo Zen, la gestione degli update e’ stata affidata a ZYpp, così facendo le sorgenti sono gestibili direttamente da Yast.

La finestra del nuovo ZYpp, semplicissima!
Per il periodo che ho potuto testare questo servizio, devo ammettere che è stato migliorato rispetto al suo predecessore rendendolo più “user friendly” e versatile.
Desktop
Chi si aspettava KDE 4 in questa release è stato in parte accontentato, openSUSE fornisce come prestabilito 3.5.7 - r72.2 , assieme a GNOME 2.20.0 ed alle modalità testuali, ma durante la selezione dei pacchetti ci si accorge da subito che esiste la possibilità di installare la beta di KDE 4. Nella stessa sezione ci si accorge anche di un’altra novità: la disponibilità del desktop XFCE 4.4.1.
Conclusioni
Per il sottoscritto, che usa openSUSE da ora mai un anno abbondante, le aspettative in cui speravo sono state in parte accontentate. La soluzione del problema Zen e’ stata una gioia! E la nuova impostazione grafica (verde) risulta molto curata e ben studiata.

La finestra di login, la veste grafica e’ stata completamente ridisegnata rispetto la versione 10.2
Nota dolente, ma da un punto di vista personale, e’ stata la disponibilità, arrivata dopo un mese (!!), di installare driver della scheda video adeguatamente configurati per la release 10.3 (ciò non vuol dire che la versione precedente non funzionassero :p)
November 14 2007 | Recensioni | No Comments »
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